Pensieri & Opinioni

A chi giova il lavoro in presenza?

Premetto che questo non è un attacco alla mia azienda, che non citerò e che, credo invece abbia gestito nel migliore dei modi possibili (o quasi) il ritorno al lavoro in presenza.
Lunedì 19 settembre sono rientrato in ufficio dopo due anni e mezzo di smartworking. Il confronto con quella che era stata la mia normalità per tanto tempo è stato impietoso, da quasi tutti i punti di vista.
Provo a fornire qualche dettaglio a supporto di questa affermazione, cominciando dall’aspetto economico.
Una giornata di lavoro fuori mi è costata 13,70€: treno 5,00€, pasto 5,40€ (ne ho spesi 11,30, ma ho un buono pasto da 5,90), spese varie (caffè, acqua dal distributore automatico) 3,30€.
Tempo: sono uscito di casa alle 8:00, sono arrivato in ufficio alle 9:00 (15 minuti da casa alla stazione del mio paese, 25 minuti di treno, 20 minuti dalla stazione al mio ufficio). Tempo totale di spostamento un’ora al mattino e una alla sera per rientrare. Quindi in totale ho speso 13€ e due ore solo per il fatto di lavorare in ufficio anziché a casa mia (dove ho la fortuna di avere un locale dedicato solo al lavoro, cosa che so non valere per tutti).
A fronte di questo cos’ho guadagnato? Ben poco.
Non ho migliorato il mio lavoro, (che si svolge con persone fisicamente lontanissime da Bologna), ho dovuto utilizzare per tutto il giorno il monitor del portatile anziché il più confortevole 24″ che ho a casa e molte delle installazioni che seguo sono presso clienti e non raggiungibili dalla LAN aziendale, con notevoli difficoltà a lavorare sulle stesse.
Non ha guadagnato granché nemmeno la mia azienda: ho lavorato 8 ore (9:00–> 17:30 con mezz’ora di pausa) quando da casa ne lavoro sempre di più (8:30 –> 19:00 con un’ora di pausa) e in quelle 8 ore ho prodotto di meno a causa di tanti motivi, come quelli sopra elencati.
Chi ci ha guadagnato allora? Trenitalia, Burger King, il barista sotto l’ufficio e l’azienda che gestisce i distributori automatici in azienda. Loro di sicuro. E nessun altro.
Una piccola nota ecologica: per una serie di motivi contingenti ho scelto (da prima della pandemia) di spostarmi con i mezzi pubblici. Uso la bicicletta per andare da casa mai alla stazione del mio paese (2 km circa) e vado a piedi dalla stazione di Bologna al mio ufficio (1,2 km circa). D’inverno uso il bus extraurbano, che impiega più tempo ma azzera le distanze tra gli estremi (fermata a 200 mt da casa e sotto l’ufficio, nessun cambio). Posso quindi dire che, nel mio caso, l’impatto sull’ambiente di quando vado in ufficio è abbastanza basso, ma si alzerebbe di molto se decidessi di usare, anche solo per una parte del tragitto, l’auto o la moto, cosa che immagino facciano molte persone.
Tutto questo porta a una semplice domanda: perché? Perché, almeno nei lavori come il mio, nel cosiddetto “terziario avanzato” non possiamo abbandonare per sempre questa modalità novecentesca di gestire il lavoro o quantomeno rendere le persone libere di scegliere come e dove svolgere la propria attività? Perché capisco bene che ci sia chi abbia bisogno del contatto quotidiano con i colleghi, o per motivi caratteriali (stare tutto il giorno chiusi in una stanza da soli non è per tutti) o per motivi professionali (a volte è più facile lavorare in team se si sta fisicamente vicini), ma ci sono anche persone che, per gli stessi motivi, rendono e lavorano meglio se lo fanno dalla propria abitazione.
Non mi si venga a dire che lo smartworking consente al lavoratore di farsi gli affari suoi, mentre lavorare in presenza lo obbliga a concentrarsi sull’attività da svolgere. Chi, come me, lavora in team distribuiti su tutto il territorio nazionale e oltre non è di fatto sottoposto al controllo dei propri superiori (tanto per dire, il mio coordinatore sta a Milano, il responsabile della mia unità operativa a Roma).
Il vero “controllore” della dell’attività svolta diventa, nel nostro caso, l’attività stessa: il rispetto della qualità del lavoro e dei tempi nei quali lo si svolge sono ciò che che definisce le nostre performance lavorative, non il fatto di svolgere il nostro lavoro in un determinato luogo fisico. Mi auguro che l’impatto sulle persone di questo ritorno al lavoro, in tutto o in parte, in presenza porti all’apertura di una profonda discussione sulle modalità per svolgere la nostra attività, andando sempre di più verso un modello maggiormente rispettoso della vita dei lavoratori e e dell’ambiente.
Con buona pace di Trenitalia, Burger King, del barista sotto l’ufficio e dell’azienda dei distributori automatici.

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